Mercoledì 11 agosto 2010 in Svizzera sull’alpeggio di Scex – sopra la stazione turistica vallesana di Montana-Crans – è stato ucciso un lupo maschio con il permesso delle autorità.

L’animale – condannato a morte dal Canton Vallese il 3 agosto scorso per aver predato alcuni ovini e bovini nei mesi precedenti – sembrava far parte della prima coppia di lupi formata in territorio svizzero.

La gestione della specie “a colpi di fucile” – infatti – non ha consentito – in oltre quindici anni dalla sua comparsa – la formazione di branchi in Svizzera, un territorio di strategica importanza per la colonizzazione delle Alpi centrali e centro-orientali.

E’ un caso unico a livello europeo di fallimento del modello di convivenza, che altrove risulta possibile ed efficace, in quanto la scelta delle autorità svizzere è guidata da una miope ricerca di consenso anzichè da una seria volontà di affrontare e risolvere i problemi con cui si confronta la pastorizia di montagna “L’attività pastorale e d’alpeggio è stata accompagnata per secoli dalla presenza di grandi predatori, e non sono stati certo i lupi a metterla in difficoltà – dichiara Mauro Canziani, responsabile del progetto che Legambiente dedica a ‘Uomo e grandi carnivori sulle Alpi’ – la dimostrazione è nel fatto che il periodo storico in cui l’allevamento d’alta quota si è ridotto fino quasi a scomparire è stato proprio l’ultimo secolo, periodo in cui lupi e orsi erano completamente scomparsi da tutto l’arco alpino. Pensare che abbattere i lupi sia un modo per aiutare gli allevatori è miope populismo: questa preziosa attività economica ha bisogno di politiche attente e consapevoli, coerenti con la Convenzione Internazionale per la Protezione delle Alpi, non certo di fucili puntati contro il lupo, ultimo grande ritorno nel quadro della biodiversità alpina!”

L’attuale modello di gestione impedisce di fatto la formazione di coppie e di branchi, la riproduzione della specie e dunque la sua sopravvivenza, trasformando il territorio elvetico in una semplice area di passaggio, ammesso che l’animale riesca a restare in vita a sufficienza.

L’abbattimento di lupi non costituisce una soluzione accettabile in quanto non risolve le problematiche connesse ad una convivenza sostenibile tra la specie e le attività antropiche, non tutela gli allevatori che ancora non utilizzano le opere di prevenzione oggi disponibili e concorre a incrementare i rischi di estinzione di una specie minacciata, per la tutela della quale le comunità europee investono (giustamente) molte risorse economiche.

Tra l’altro l’impedimento della formazione di unità sociali naturali (il branco), che attraverso la partecipazione di più soggetti consentono l’impegnativo abbattimento di ungulati selvatici, incrementa la dipendenza dei singoli lupi da prede più semplici da catturare, come gli animali domestici, e da fonti di cibo legate all’uomo.

Legambiente ritiene invece prioritario lavorare insieme su una diffusa applicazione integrata delle opere e delle tecniche di prevenzione, che consente da un lato la tutela delle attività zootecniche condotte correttamente (una ricchezza per la biodiversità, per le economie locali, per la tutela del paesaggio e per la valorizzazione delle culture e delle identità locali) e dall’altro consente ad una specie in pericolo e prioritaria per la conservazione in Europa di sopravvivere in natura fornendo un contributo strategico al miglioramento degli ecosistemi montani.