I grandi carnivori e gli ungulati selvatici
I grandi carnivori interagiscono positivamente con i diversi elementi delle biocenosi.
Essi, infatti, predando soprattutto animali deboli, feriti o vecchi – poiché più semplici da raggiungere – contribuiscono ad esempio ad esercitare una selezione qualitativa sulle popolazioni delle specie predate.
Inoltre, migliorano la distribuzione degli ungulati selvatici (Cinghiale Sus scrofa, Cervo
Cervus elaphus, Daino Dama dama, Capriolo Capreolus capreolus, Muflone Ovis aries, Stambecco Capra ibex, Camoscio Rupicapra rupicapra) sul territorio, contribuendo a limitare la pressione trofica sulle componenti forestali. Questo comporta a cascata una maggiore ricchezza floristica ed un diverso assetto vegetazionale che permettono – a loro volta – la sopravvivenza di un più alto numero di specie animali che interagiscono tra loro e con le diverse componenti ambientali determinando dinamiche complesse.
Ricerche decennali condotte nel Parco Nazionale di Yellowstone hanno ad esempio permesso di rilevare come il ritorno del Lupo abbia contenuto la pressione dei cervi sulle comunità forestali e dunque su fenomeni locali di erosione legati alla scomparsa della vegetazione ripariale, quindi sulle dinamiche fluviali locali e sulle specie animali e vegetali legate a tali ambienti.
I grandi carnivori, inoltre, si nutrono di altre specie di predatori di più piccole dimensioni – ad esempio la Volpe Vulpes vulpes – comportando anche in questo caso una minore pressione esercitata da questi ultimi sulle loro specie-preda e concorrendo dunque a mantenere più alti livelli di biodiversità.
Indagini condotte tra il 2004 e il 2007 in Piemonte – mediante analisi delle feci di lupo rinvenute sul campo – mostrano andamenti stagionali e differenziati nelle diverse aree e nei diversi branchi: il Capriolo mantiene una importanza notevole e normalmente costituisce la preda più rappresentata o la seconda per importanza.
Stagionalmente, nelle aree appenniniche e nelle Alpi Liguri il Cinghiale costituisce la specie più rappresentativa, mentre nelle Alpi Marittime il Camoscio ha un ruolo di primo piano, così come assunto dal Cervo nelle valli di Torino (Val di Susa, Chisone e Germanasca) (Marucco et al., 2009).
Le tensioni in relazione ad una ipotetica competizione sul prelievo di ungulati selvatici appare non motivata sul piano razionale.
Ricerche condotte in Svizzera sulla Lince, ad esempio, mostrano inequivocabilmente che il prelievo di caprioli effettuato dall’intera popolazione elvetica di linci costituisce una porzione non significativa di quello annualmente autorizzato nell’ambito della pianificazione venatoria.
Anche in questo caso, ricerche condotte all’estero ci aiutano a comprendere meglio i complessi fenomeni che regolano i rapporti preda-predatore: una delle più importanti ricerce in merito riguarda proprio il rapporto tra la popolazione di Lupo e quella di Alce nel Michigan Isle Royale National Park.
Lo studio – iniziato nel 1958 – interessa un vasto territorio nel quale nessuno caccia il lupo, caccia l’alce o taglia le foreste, l’impatto dell’uomo è minimo, il lupo costituisce l’unico predatore dell’alce e l’alce sostanzialmente l’unica preda del lupo.
Questo rapporto sopravvive da oltre mezzo secolo in un equilibrio straordinario, che vede talvolta vincitore il lupo e talvolta l’alce, determinando temporanee fluttuazioni nelle popolazioni di prede e di predatori senza comportare rischi di estinzione locale.
Fluttuazioni delle popolazioni di lupo e alce nel Michigan Isle Royale National Park (1959-2010) (tratto da: http://www.isleroyalewolf.org)
(Photo: in alto – Archivio Parco Adamello – Autore: M. Speziari. In basso: Archivio Parco Adamello)










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